Poco prima del lockdown di Natale sono salito con Salvo e Gianluca sul Monte San Salvatore, una delle cime più alte delle Madonie, in Sicilia. L’idea era quella di fare un giro in una zona dove non andiamo spesso quando facciamo escursionismo.

Un’antica tradizione [1] divide le Madonie in quattro sottogruppi: a nord quello di Pizzo di Pilo (1.385 m), a ovest quello di Monte Cervi (1794 m), al centro Pizzo Carbonara (1979 m), e a sud il gruppo che culmina con Monte San Salvatore (1912 m).

Partendo da Palermo in macchina siamo arrivati fino a Petralia Sottana, un paese di 2600 abitanti a mille metri d’altezza. Senza entrare in centro ci siamo diretti fuori dall’abitato, dove abbiamo posteggiato.  Sceso dall’auto ho subito avuto la stessa sensazione che ho sempre quando vado in montagna: l’odore dell’aria completamente diverso rispetto alla città, pieno di fragranze di erba, fiori, muschi, sterchi e materiale organico in decomposizione. L’aria era umida, ma non fredda. Il cielo pieno di nuvole, con qualche striscia di azzurro qua e là. La campagna tutt’attorno verde e marrone. L’erba copiosa grazie alle piogge. Il fango abbondante. Molti degli alberi erano già spogli, altri avevano ancora le foglie colorate dell’autunno, gialle, marroni, rosse e ruggine.

Dopo esserci sistemati gli zaini abbiamo camminato per un breve tratto, fino al Ponte di San Brancato. Questo ponte di pietra permette di attraversare una piccola gola formata dal torrente Mandarini. Proprio sotto il ponte si è formato un gorgo che resta pieno anche d’estate. Mentre guardavo il torrente cadere rumorosamente dalle rocce, ho pensato quanto fosse strana quella vista. Di solito non capita d’incontrare corsi d’acqua di questo genere quando si va in montagna in Sicilia.

Il ponte si trova lungo il tracciato di una vecchia “regia trazzera”, il termine con cui gli studiosi identificano le vie che collegavano i centri principali della Sicilia nei secoli passati. Il termine viene dall’antico francese dressière, via dritta. Nell’800 i Borbone crearono un vero e proprio schedario di tutte le trazzere, più di 400 tra maggiori e minori. Oggi lo schedario è consultabile presso gli Archivi di Stato di Palermo. Da una decina d’anni, appassionati di storia locale hanno riscoperto questi percorsi e li stanno promuovendo come esperienze di turismo lento. Un esempio è la cosiddetta Via Francigena per le Montagne, un percorso che da Palermo porta a Messina, passando anche per Petralia Sottana, non lontano dal Ponte di San Brancato.

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Dopo avere lasciato il ponte ci siamo diretti verso nord-ovest. Per un’oretta abbiamo camminato tra due filari di pietre ammassate in maniera disordinata. Probabilmente in passato servivano a delimitare i pascoli, possibilmente ancora oggi, visto che sul terreno le tracce di mucche erano evidenti. Stando al centro dei due filari avevo la sensazione di seguire una vecchia via d’accesso alla montagna. In quel punto il massiccio del San Salvatore si trova un po’ a sinistra rispetto all’orizzonte, mentre più vicini, a destra, ci sono Pizzo Inferno e la Rocca di Sant’Otiero. Questa rocca è in realtà un grande “panettone” di roccia. Si tratta di una formazione geologica dalle caratteristiche molto peculiari. La parte più alta è composta da rocce fossilifere, quella centrale da calcare dolomitico, e la base da argille numidiche. Quest’ultima parte presenta delle striature molto belle, che vanno dal marrone al giallo, dal rosso fino all’azzurro e al viola. Ne abbiamo ammirato i colori da lontano. Poi ci siamo lasciati la rocca alle spalle, curvando in direzione sud.

A poco a poco il sentiero si è rimpicciolito. A un certo punto abbiamo incontrato un gruppo di mucche che venivano nella direzione opposta. C’erano pure diversi vitellini, che appena ci hanno visto si sono stretti al fianco delle loro madri. Né loro né noi potevamo cambiare strada. In quel punto il sentiero è costeggiato da grossi cespugli di Rosa canina. Così, con una certa apprensione, abbiamo incoraggiato le mucche a tornare indietro, facendo e gesticolando. Salvo, che era il più avanzato, si è fermato diverse volte, incerto per la reazione degli animali. Finalmente, quando il sentiero si è aperto, siamo riusciti a oltrepassare la mandria.

Per un tratto abbiamo camminato accanto all’alta recinzione di un canile, la cui presenza è annunciata da un coro incessante di latratati. La struttura è davvero molto estesa. Ha diversi capannoni che stonano decisamente con il territorio. È un peccato che sia stato autorizzato. Il canile si trova vicino l’inizio del sentiero che porta al Santuario della Madonna dell’Alto, sull’omonimo monte. Lì ci siamo fermati brevemente per bere e mangiare qualcosa. Poi abbiamo ripreso in direzione del santuario. Mentre fino ad allora la pendenza del percorso era stata leggera, da quel punto in poi è diventata molto più pronunciata. Salivamo dritto sui monti davanti a noi. Tutto il resto era alle spalle.

Per chi ama la montagna, il paesaggio in questa zona è stupendo. Monte Alto è composto in prevalenza da dolomia, una roccia carbonatica suscettibile di forte erosione. Sul versante meridionale sono presenti degli enormi ammassi di detriti, i cosiddetti ghiaioni. Il sentiero che porta al santuario attraversa questi ammassi in più punti. In basso, dove si accumulano le rocce più grandi, e in alto, dove rimangono quelle più piccole. In passato ero già stato in questa zona, scendendo dal monte, ma all’epoca tutto era coperto di neve e non avevo potuto apprezzare cosa si nascondesse sotto il manto bianco. Questa volta invece la sua bellezza aspra e desolata era perfettamente visibile.

Con un ritmo sostenuto siamo saliti di quota. Come sempre, ho cercato di mantenere un andamento costante, di concentrarmi sulla roccia sotto i piedi, come in una sorta di meditazione camminata. Ho ascoltato il mio respiro, profondo, a bocca aperta. Sulla destra, ad alcune centinaia di metri, c’era un grosso gregge di pecore. La loro lana bianca si stagliava sul verde dell’erba e il grigio della roccia. In zona si trovano ancora molti resti di recinti per animali costruiti con le pietre della montagna, le mànnare. Probabilmente oggi quelle pecore si riparano sotto tetti d’alluminio. Uno stormo di gracchi ha attraversato il cielo, lamentandosi.

Salendo per il sentiero, guardando verso in su, mi sono chiesto da quanto tempo fossero lì quelle cime. Quante stagioni avessero attraversato, sgretolandosi con l’alternarsi del gelo e della calura. La dolomia delle Madonie è un deposito minerale dell’Oceano Tetide, l’enorme distesa d’acqua che più di 200 milioni d’anni fa separò la Pangea in due metà, i futuri continenti euro-asiatico e africano. L’oceano prende il nome dalla dea greca Teti, sorella e moglie di Oceano, madre di divinità fluviali e sorgive. La sollevazione della dolomia e la formazione della catena appenninica, di cui fanno parte le Madonie, è però molto più recente, meno di 20 milioni di anni. Pur sempre tempi lunghi. Incomprensibili per chi ormai è abituato a ragionare in termini di notifiche, messaggi e email.

La ripida salita mi ha riscaldato così tanto da dovermi togliere il pile. Con la sola maglia termica ho avuto quella strana sensazione di freddo misto a caldo che si prova spesso quando si sale in montagna.

Finalmente abbiamo raggiunto la sella che porta al santuario. Lì abbiamo incontrato la prima neve, ciò che restava di una leggera perturbazione della settimana precedente. In quel punto eravamo così in alto che le nuvole arrivavano ad accarezzare il suolo, immergendolo nella nebbia.

Il santuario era chiuso. Con la sua struttura in pietra, la neve e la nebbia attorno, appariva austero e imponente. Sui gradini del portone principale qualcuno aveva lasciato da poco una rosa. Passando dall’altro lato, abbiamo trovato una coppia seduta al riparo dalla corrente. Si stavano preparando da mangiare con un fornellino da campeggio. Per curiosità ho chiesto loro di dove fossero. Hanno risposto Palermo, aggiungendo che prima avevano incontrato un’altra persona della stessa città.

Noi ci siamo seduti a pranzare nell’ampia spianata accanto il santuario. Chiacchierando, ho detto che secondo me la struttura potrebbe diventare un ottimo rifugio alpino. All’interno ci saranno sicuramente delle camere da letto, e dall’altro lato del monte c’è una strada carrabile che renderebbe i rifornimenti molto facili. Gianluca ha risposto che non verrebbe mai nessuno, perché ai siciliani non gliene importa nulla di queste cose, e che il rifugio fallirebbe. Per un po’ abbiamo discusso dell’argomento, io più ottimista, lui decisamente pessimista.

Stando fermi, con le schiene bagnate di sudore, il freddo ha cominciato a farsi sentire subito. Il mio termometro portatile segnava 4.8 gradi. Ho uscito la giacca di piumino dallo zaino e me la sono messa. Immediatamente ho sentito il calore del corpo che restava intrappolato sotto le fibre. Gianluca e Salvo, che avevano vestiti più leggeri, sono finiti a mangiare in piedi per riscaldarsi. Velocemente abbiamo finito il nostro pasto e ci siamo rimessi in cammino verso Monte San Salvatore.

Per un tratto siamo andati in discesa, in direzione nord. A destra c’era una faggeta, dove a un certo punto abbiamo imboccato una traccia appena visibile. Dentro il bosco la neve era ancora molta. Dopo nemmeno un quarto d’ora siamo sbucati sul dorso del monte, e di lì a poco eravamo in cima. Più in basso, nella direzione da cui eravamo venuti, c’erano diverse strutture in stato di abbandono, connesse a ripetitori radio. Per fortuna erano abbastanza distanti da non disturbare la vista.

La cima del monte ha un aspetto del tutto naturale, fatta eccezione per la colonna metallica del punto trigonometrico. L’oggetto mi ha ricordato il recente ritrovamento di un’alta stele triangolare nel deserto dello Utah, negli Stati Uniti. In quel momento il sole illuminava la cima, mentre grosse nuvole poco distanti creavano vistosi contrasti di luce.

Per nostra grande fortuna buona parte dell’orizzonte a nord era sgombro, e abbiamo così potuto ammirare il panorama. Il massiccio di Pizzo Carbonara in quel punto sembra essere più in basso rispetto al San Salvatore. Non è facile ottenere quella prospettiva e vedere il Carbonara nella sua interezza è stata un’esperienza molto particolare.

Per una decina di minuti abbiamo osservato la terra sotto di noi. Poi abbiamo lasciato la cima e intrapreso la strada del ritorno.

Scendendo dal Monte San Salvatore in direzione est si percorre per alcune centinaia di metri una mulattiera che a nord è costeggiata da una faggeta in dolce pendio, mentre a sud ha un versante fortemente scosceso. Per brevi tratti la mulattiera è esposta sul vuoto a sinistra. L’abbiamo seguita guardando l’abitato di Petralia come dal cielo. Il sole ormai era basso sull’orizzonte e l’aria aveva acquisito un colore dorato.

Dopo poco il costone sud diventa meno ripido, e alla fine ci si ritrova a camminare lungo il fianco del monte, dentro il bosco. A quel punto ci siamo resi conto di stare andando nella direzione sbagliata, troppo a sud. Siamo tornati sui nostri passi e abbiamo continuato verso nord, immergendoci sempre di più nella faggeta.

Essendo rivolta a nord, questa zona è molto più fredda e umida. Nel bosco c’erano ancora grossi accumuli di neve, ormai indurita dal ripetersi dello scongelamento diurno e del congelamento notturno. Il fondo era completamente ricoperto dalle foglie cadute durante l’autunno. C’era un forte odore di materia vegetale morta. Qua e là alcuni funghi erano sopravvissuti alla pioggia dei giorni precedenti. Dentro la faggeta la luce era già pochissima, e in poco tempo è calato il buio.

Abbiamo preso le torce dagli zaini. Nonostante il buio, la neve, le foglie, il fango, le pietre e le radici, abbiamo tenuto un buon ritmo. A turno siamo quasi scivolati. Il fascio di luce della mia torcia illuminava i dettagli riflettenti dello zaino di Salvo, che guidava. Dopo più di un’ora ci siamo fermati per bere. Ho controllato il termometro appeso al mio zaino: 2.8 gradi. Sebbene la temperatura fosse così bassa, non sentivo freddo. Lo sforzo di camminare mi riscaldava. Respirando creavo una grande nube di vapore davanti a me.

Ci siamo rimessi in marcia. La luna era mezza piena, ma nel fitto del bosco quasi non aveva effetto. Attentamente seguivo il fascio della mia torcia sul terreno, che brillava per l’umidità. A lungo andare l’effetto è diventato ipnotico. Mi sembrava che il terreno brillasse di luce propria. Ogni tanto delle falene apparivano nel mio campo visivo, attratte dalla luce, e la loro presenza contribuiva all’atmosfera da sogno del momento. Procedevamo in silenzio, concentrati sui nostri passi ormai stanchi. Gli unici rumori erano il calpestio morbido delle foglie e del fango, quello croccante della neve, e il richiamo dell’allocco. U-uuuh. Abbiamo seguito una traccia GPS preparata da Salvo, ma anche i segnali di vernice bianca e rossa del Club Alpino Italiano, che in quel tratto indicano il Sentiero Italia.

A poco a poco, scendendo di quota la temperatura è risalita. Il bosco si è diradato e il territorio si è trasformato in pascolo. Abbiamo spento le torce e proseguito al chiaro di luna. In quei giorni Giove e Saturno si trovavano quasi sovrapposti, un evento che non succedeva da 400 anni. Abbiamo cercato di trovarli nel cielo, ma siamo arrivati alla conclusione che fossero dietro le montagne. Nell’aria adesso c’era un leggero vento da nord, freddo. A un certo punto Salvo si è fermato all’improvviso, dicendo di aver visto un grosso cinghiale poco più avanti. Per farlo allontanare abbiamo colpito il terreno con dei rami e tirato delle pietre nella sua direzione. Ormai eravamo poco distanti dal Ponte di San Brancato.

Camminando su un terreno meno ostico, mi sono distratto. Ho cominciato a pensare al posto che le montagne devono avere avuto nella cultura del passato. Mi sono chiesto se fossero considerate dei luoghi selvaggi e remoti. Non è una domanda semplice, perché se da un lato in passato la gente non faceva “escursionismo”, dall’altro il rapporto con la natura era molto più assiduo. Per millenni, l’agricoltura e la pastorizia di sussistenza hanno comportato la necessità di stare in mezzo alla natura non per svago, ma per lavoro. Ancora oggi in parte è così. Ma chi non lavora la terra o alleva animali, perché va in montagna?

Note

[1] Orestano, Fausto. 1906. Le Madonie. Palermo: Club Alpino Siciliano.