Recentemente sono andato con Peppe a fare manutenzione al rifugio del Club Alpino Siciliano che si trova tra Piano Cervi e Valle della Giumenta, sulle Madonie. Nei giorni precedenti aveva piovuto molto, e volevamo controllare se nel rifugio c’erano infiltrazioni.

Sin dal mattino, la giornata si è presentata molto nuvolosa e ventosa. Il sole quasi non si è visto. Verso metà pomeriggio, poco prima del crepuscolo, ha iniziato a piovere di nuovo con forza. Non era un temporale, ma una pioggia lenta e pesante, continua, portata da nuvole dense e pesanti. Dovendo tornare a Palermo in serata, ci siamo messi in attesa che la situazione migliorasse. Abbiamo acceso il camino e ci siamo fatti una cioccolata calda.

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Dopo un paio d’ore, la pioggia aveva quasi smesso. Ormai fuori era buio pesto. Così ci siamo svegliati dal torpore causato dagli zuccheri e dal camino e abbiamo dato un’ultima rassettata al rifugio, prima di andarcene.

Quando siamo usciti all’esterno con le torce frontali accese, Peppe mi ha chiesto se avevo una salviettina per pulire gli occhiali, dicendo che aveva le lenti tutte impolverate e non vedeva nulla. Io gli ho risposto che magari si trattava di condensazione, visto che eravamo appena passati dall’ambiente riscaldato del rifugio a fuori. Dopo qualche secondo anche io mi sono accorto di non vedere quasi nulla. Ma non era appannamento. Era una nebbia fittissima.

La luce delle nostre torce illuminava la densa nebbia davanti a noi, e questo creava un muro biancastro oltre il quale non riuscivamo a vedere nulla. La visibilità sarà stata al massimo di cinque metri, forse meno. Era così bassa che abbiamo dovuto prestare molta attenzione a trovare una deviazione lungo il sentiero che avevamo fatto mille volte in precedenza.

Il bagliore lattiginoso dentro cui camminavamo si muoveva ogni tanto, spinto dalle folate di vento. Procedere in quelle condizioni mi ha dato una fortissima sensazione di straniamento. Era qualcosa di irreale, degno delle favole. Forse ci trovavamo in un sogno, anziché nel mondo della veglia. In alto sentivo il vento muovere i rami dei faggi. La pioggia accumulata sugli alberi cadeva tutto intorno a noi, creando un ticchettio costante e ipnotico. Ma non c’era freddo. Il vento era mite, da sud.

Siamo passati dal bosco al pianoro senza quasi accorgercene. Lo abbiamo dedotto dal numero dei tornanti lungo il sentiero e dal comparire del muretto basso alla nostra sinistra.

Col passare del tempo, ho notato che davanti agli occhi vedevo una sfera di luce. Inizialmente non riuscivo a spiegarmi cosa fosse. Poi ho capito che si trattava del cono di luce emesso dalla mia torcia, che acquisiva consistenza grazie alla densità della nebbia.

 

Dopo circa mezz’ora di cammino, il senso di straniamento che inizialmente mi aveva fatto pensare alle favole si è tramutato in qualcosa di più sinistro.

La bolla di lucore dentro cui procedevo ha cominciato a darmi una sensazione di oppressione. Non era più solo una questione di non avere punti di riferimento. Ho iniziato a pensare che mi mancasse l’orientamento. Era come se mi trovassi in un ambiente completamente al buio, solo che al posto del nero attorno a me c’era un bianco-grigio. Poi è cominciato il fastidio agli occhi e alla fronte. Un dolore vago, come un indolenzimento, dietro la parte superiore del viso e quella bassa della testa.

Lentamente, mi sono reso conto che il dolore era causato dalla sfera di luce che avevo davanti gli occhi. In pratica, da quando avevo accesso la torcia frontale, era come se avessi guardato tutto il tempo una lampadina. La maggiore consistenza del cono di luce della torcia nella nebbia mi aveva fatto venire mal di testa.

Mi sono tolto la lampada dalla fronte e ho iniziato a tenerla in mano, come una semplice torcia. Anziché illuminare la nebbia, adesso illuminavo il terreno e i miei piedi. Immediatamente ho percepito un rilassamento agli occhi e alla fronte. Ho consigliato a Peppe di fare lo stesso, e anche lui ha notato che quella soluzione risultava molto più naturale.

In macchina, sulla strada del ritorno, ho riflettuto su come quest’esperienza mi avesse insegnato qualcosa di nuovo. Un nuovo tassello dell’arte escursionistica.

Un’altra cosa che mi è venuta in mente è stato un dettaglio che avevo letto nei resoconti della spedizione in Antartide compiuta da Ranulph Fiennes e Michael Stroud. Nel 1992, i due inglesi portarono a termine la prima traversata non-assistita del continente antartico, camminando per 97 giorni tra i ghiacci perenni. Durante il viaggio, entrambi gli uomini cominciarono ad avere problemi alla vista, in particolare a mettere a fuoco gli oggetti. Stroud, che era il medico della spedizione, concluse che il disturbo era il risultato di avere guardato per settimane e settimane l’orizzonte bianco dell’altopiano antartico.

L’altopiano antartico