Oggi è la Giornata Mondiale della Meteorologia.

Ieri pomeriggio sono andato a correre a Monte Pellegrino, una delle riserve naturali presenti nel territorio di Palermo.

Da diversi giorni in Sicilia c’è una perturbazione che ha portato temperature molto basse, pioggia e neve. Considerato il periodo dell’anno—ormai siamo in primavera—e la nostra latitudine, si tratta di una cosa abbastanza eccezionale. A febbraio, di contro, ci sono stati giorni di caldo del tutto anomalo, come ho già avuto modo di scrivere.

Quando sono sceso da casa in bicicletta c’era una leggera pioggerella. Su Monte Pellegrino tutto era saturo di acqua, i sentieri pieni di fango e pozze. L’erba era coperta di pioggia, così come i rami degli alberi di pino. In cima al monte c’erano 4 gradi. La corsa è stata molto più faticosa del solito. Ho sentito spesso freddo e sono scivolato. Ma era quello che cercavo.

Ultimamente mi sono trovato spesso a riflettere sul ruolo che il concetto di “bel tempo” ha nell’attività escursionistica e nella percezione della natura. I due aspetti sono strettamente legati per chiunque venga in contatto con la natura tramite l’escursionismo. Banalmente, mi sono reso conto che tendiamo ad andare a camminare solo con le belle giornate. Cerchiamo sempre di evitare pioggia, vento e freddo (nella maggioranza dei casi, ovviamente ci sono le eccezioni). Sono arrivato alla conclusione che questo atteggiamento è limitante. Esso nasconde un certo modo di concepire la natura, anch’esso riduttivo: la natura semplicemente come luogo.

Siamo abituati a pensare alla natura come un luogo piacevole dove andare—col bel tempo. Ma la natura è molto di più di un luogo. È anche un momento, un tempo. È un luogo in tempi diversi, incluso il mal tempo. Non mi riferisco solo al cambio delle stagioni, che sono l’aspetto temporale fondamentale della natura. Anche godendo delle stagioni si può avere l’abitudine di fare escursionismo solo con la bella giornata. Mi riferisco piuttosto al fatto che la natura si manifesta come processi, ad esempio i fenomeni meteorologici, e che per viverla in maniera più profonda bisogna fare esperienza anche di quei processi che di solito consideriamo avversi.

Cercare sempre il bel tempo, in fondo, significa volere la natura addomesticata, la natura come ci viene comoda. Ma pioggia, vento e neve sono una delle poche manifestazioni della vita della natura che restano ancora al di là del controllo umano diretto. In questo senso, sono un esempio di natura selvaggia come ne parla Robert Macfarlane, nel suo libro Luoghi selvaggi (Einaudi):

“L’etimologia della parola wild [selvaggio] chiama in causa l’antico alto germanico wildi, l’antico norreno willr e il protogermanico ghweltijos. Tutti e tre i lemmi trasmettono implicazioni di disordine e irregolarità e, come ha scritto Roderick Nash, lasciano […] alla radice inglese will «un significato descrittivo di […] ‘volitivo’ o ‘incontrollabile’». La wildness [selvaticità] secondo questa etimologia, è un’espressione di indipendenza dalla direttiva umana, e una terra selvaggia può essere intesa come una terra caparbiamente autodeterminata. Una terra che procede secondo leggi e principî propri, una terra le cui abitudini – la crescita dei suoi alberi, i movimenti delle sue creature, la libera discesa dei suoi torrenti fra le rocce – sono di sua propria progettazione ed esecuzione.”

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Aggiornamento del 20 novembre 2021: qui sotto un post interessante connesso al tema mal tempo–escursionismo.

https://mountcity.it/2021/11/42083/temporali-formativi-ed-escursioni-esperenziali/