Due giorni fa tre ragazzini si sono persi nella Riserva di Capo Gallo, appena fuori Palermo. Stando a quanto riportato dai media, i tre hanno chiamato i soccorsi dopo avere smarrito l’orientamento. I vigili del fuoco sono intervenuti con il loro nucleo speleologico e li hanno riportati fuori dalla riserva. La notizia è finita sui social, generando moltissimi commenti. Il tono della stragrande maggioranza di essi è stato quello della presa in giro. I ragazzini, a quanto pare, sono stati colpevoli di essersi persi in luogo dove è impossibile farlo.

La Riserva di Capo Gallo è una piccola zona protetta lungo la costa nord-occidentale di Palermo. È composta da una stretta striscia di terra con il mare da un lato e il ripido costone di Monte Gallo dall’altro. La striscia è interrotta al centro da una scogliera impraticabile, a picco sul mare, non a caso nota sulle cartine come “il malpasso”. Questo fa sì che la riserva sia effettivamente divisa in due metà, con accessi agli estremi opposti della striscia. Quando si entra, quindi, è possibile camminare solo fino a un certo punto, poi bisogna tornare indietro.

Chi ha commentato sui social l’accaduto ha portato queste caratteristiche del luogo a sostegno della tesi che i tre ragazzini fossero degli incapaci, possibilmente sotto l’effetto di stupefacenti. I commenti sono stati farciti con ogni sorta di emoticon che ride e altre immagini simili. In pochi hanno fatto notare che quando si è piccoli ci si spaventa facilmente, e che la paura la fa da padrona, rendendo difficile ragionare. Alcuni hanno anche notato che chi è preso dal panico può non riconoscere più cosa gli sta intorno. Va inoltre aggiunto che i ragazzini si trovavano nella metà della riserva più complessa, quella vicino la borgata marinara di Sferracavallo, dove sono presenti una piccola, ma in alcuni punti fitta, pineta, e diversi sentieri che portano relativamente in alto sul costone. I pochi inviti a considerare le attenuanti del caso hanno avuto come risposta commenti del tipo “allora meglio starsene a casa”, come se imprevisti e attacchi di panico non fossero per definizione eventi imprevedibili. Anche in questo caso, il tono è stato quello dell’esaltazione della scaltrezza di coloro che scrivevano (a quanto pare tutti esperti del luogo e di tecniche di orientamento), opposta alla stupidità dei malcapitati.

Quello che più colpisce della reazione del web è l’atteggiamento di superiorità e la quasi totale mancanza di comprensione, soprattutto delle conseguenze che l’episodio potrebbe avere sul benessere emotivo dei ragazzi, vista la valanga di commenti negativi. Ovviamente se quasi quattrocento persone si mettessero a prendere in giro tre adolescenti dentro una stanza la cosa sembrerebbe molto diversa. Questo fenomeno è noto negli studi sul cyberbullismo come indebolimento dei freni morali [1], cioè il fare e dire online cose che non si farebbero o direbbero nella vita offline. Come se i commenti sui social non facessero parte del mondo reale, non venissero letti da persone in carne e ossa, in primis dai ragazzini stessi, dai loro familiari e amici. La rete ha la capacità di invadere le nostre vite in maniera molto più profonda e subdola di un singolo episodio “reale”, se non altro per il fatto che i commenti restano visibili potenzialmente per sempre.

Più in generale, questo episodio pone delle domande importanti sul tipo di atteggiamento che si ha quando ci si avvicina alla montagna e alla natura. Evidentemente un sacco di persone credono che fare escursionismo sia una cosa da scaltri, adatta solo a chi è bravo, coraggioso, e non si perde. Non è così. La montagna non deve essere prerogativa dei fissati di record e di selfie estremi, ma delle persone che hanno la saggezza di capire che chi è in difficoltà va aiutato, non sfottuto.

Note

[1] Lazzari, M. e Jacono Quarantino, M. (a cura di) 2015. Virtuale e/è reale. Adolescenti e reti sociali nell’era del mobile. Bergamo: Sestante Edizioni.