Qualche giorno fa sono andato con Peppe al Rifugio Vicaretto del Club Alpino Siciliano, di cui siamo soci. Durante la settimana precedente a Palermo c’è stata una cappa di afa incredibile, con temperature che hanno toccato i 40 gradi. La cappa era visibile all’orizzonte, con il cielo spesso nuvoloso o di un colore sabbioso. Nei due giorni prima della nostra escursione, la situazione è leggerissimamente migliorata. Quando ci siamo messi in macchina, poco dopo le nove, c’erano circa 30 gradi.

Il Rifugio Vicaretto prende il nome dall’omonimo bosco che si trova sopra il paese di Castelbuono, ai piedi delle Madonie, le montagne più alte della Sicilia. Il viaggio in autostrada è trascorso piacevolmente nell’ambiente artificiale della macchina, che con la sua aria condizionata ci ha rinfrescato. Sul cruscotto, però, vedevamo la temperatura che ci aspettava all’esterno. Salendo verso il paese, il display segnava 35.5 gradi.

Castelbuono si trova in collina, a poco più di 400 metri sul mare. Una volta entrati in paese, ho proposto di fare una sosta per berci dei succhi di frutta congelati che avevo portato con me. Per evitare di cercare posteggio, ci siamo fermati nello spiazzo di un benzinaio. Quando siamo scesi dalla macchina è stato come mettersi davanti un enorme forno a ventola aperto, riscaldato a 200 gradi. Siamo stati travolti da un vento bollente. Era come se un gigante invisibile stesse sputando fuoco sul paese.

Mentre bevevo il mio succo di frutta, sentivo la pelle del volto e delle braccia, ancora fresca di aria condizionata, che saliva velocemente di temperatura. Cuoceva. Ho cercato d’immaginare il dilatamento dei tessuti corporei che doveva stare avvenendo. Il brick del succo di frutta ghiacciato tra le mie dita sembrava un corpo estraneo, venuto da un’altra dimensione. Ogni volta che ne prendevo un sorso, il liquido freddo che  mi scendeva in gola mi dava anch’esso una sensazione extracorporea. Saremo stati fermi nel piazzale del benzinaio non più di cinque minuti. Poi ci siamo rimessi in macchina/frigo.

Abbiamo attraversato tutto il paese e ne siamo usciti in direzione delle montagne. Salendo lungo una strada con diversi tornanti, abbiamo lasciato alle nostre spalle ville e villette, fino a imboccare una deviazione che ci ha portato dentro una pineta. Oltrepassata questa, ci siamo trovati sul lato destro di una gola ricoperta da un fitto bosco, in una zona nota come Contrada Gònato. Così abbiamo raggiunto l’inizio della stradella forestale che porta al rifugio.

In quel punto, il termometro della macchina segnava 33 gradi. La sensazione scendendo dalla macchina è stata praticamente identica a quella provata mezz’ora prima al benzinaio. Adesso il vento era più forte, probabilmente perché eravamo completamente all’aperto e più in alto. Ci trovavamo attorno ai 1000 metri. Pensare che a quell’altezza ci fossero 33 gradi è stato molto strano; direi anche deprimente. Eravamo partiti da Palermo cercando un po’ di tregua dal caldo e abbiamo trovato l’afa di montagna.

La stradella che porta al Rifugio Vicaretto scende subito verso il centro della gola con alcuni ripidi tornanti. Nel punto più basso, la strada incontra un ruscello che scorre lungo la gola, proveniente dal Vallone Canna molto più in alto. Il corso d’acqua è stato in parte incanalato per consentire il passaggio. Nonostante ciò, d’inverno, quando la portata del ruscello aumenta notevolmente a causa delle piogge, l’acqua fuoriesce dalle piccole tubazioni sotterranee e forma un torrente largo alcuni metri, che va guadato togliendosi le scarpe. Ieri, ovviamente, l’area era del tutto secca. C’erano solo alcune pozze d’acqua tra le pietre a monte del guado.

Dopo il ruscello, la stradella prosegue sul versante opposto della gola, seguendo dei sali-scendi e alcuni tornanti. Il territorio che si attraversa è profondamente segnato dalla pastorizia, come testimoniano diverse strutture, alcune in pietra locale, molto belle, altre costruite in malo modo con materiali moderni. Non è raro incontrare delle mucche lungo il percorso, ma ieri non ne abbiamo vista nemmeno una. Probabilmente erano da qualche parte all’ombra.

Durante i messi più freddi, negli avvallamenti lungo il percorso si formano spesso delle grandi pozze d’acqua. Sono alimentate dalla pioggia e dallo scorrere dell’acqua piovana sui pendii che circondano la strada. Un altro piccolissimo ruscello attraversa la stradella. Tutta la zona è in effetti molto ricca d’acqua, ma ieri non ce n’era traccia. Anche il verde del bosco tutto intorno sembrava asciugato, meno intenso del solito. Forse era un effetto dell’intensa luce solare dentro la quale procedevamo. Tenere gli occhi aperti era difficile, anche con gli occhiali da sole.

Dopo meno di un’ora siamo arrivati al rifugio. Il Vicaretto si trova in cima a una collinetta molto panoramica. Grazie al fatto che gli alberi non lo circondano troppo da vicino, dal rifugio è possibile vedere molto lontano. Il panorama più bello è sicuramente quello verso sud-ovest, dove troneggiano le Alte Madonie. Sulla parte sinistra della gola si erge ripido e appuntito Pizzo Canna. Di fronte, sulla destra, si trova Monte Ferro, molto più alto e massiccio. Dal lato opposto del rifugio, verso nord-est, in una giornata limpida s’intravedono le isole Eolie tra le cime degli alberi.

Al rifugio abbiamo subito aperto tutte le finestre per fare cambiare l’aria e togliere l’umidità. Il vento caldo e sostenuto ci ha aiutato molto in questo. Il Vicaretto si trova alla stessa altezza da cui eravamo partiti a piedi, quindi con ogni probabilità c’erano anche lì 33 gradi. Il nostro progetto originario era di aprire il rifugio e poi fare alcuni sopralluoghi in zona, alla ricerca di nuovi sentieri. Ma il caldo era troppo forte, la luce troppo intensa. L’altra possibilità era fare delle pulizie, ma non abbiamo trovato la forza nemmeno di fare quello. Ci siamo seduti al tavolo principale e abbiamo mangiato il nostro pranzo al sacco.

Durante le ore che abbiamo passato al rifugio, mi è capitato spesso di pensare all’ondata di caldo anomalo che sta colpendo il Canada da diversi giorni. Nella parte occidentale del paese, soprattutto nello stato del British Columbia, si sono registrate temperature ben al di sopra dei 40 gradi. Diverse centinaia di persone, soprattutto anziani, sono morte improvvisamente, un fenomeno che i medici hanno attribuito alle temperature eccessive. Si tratta di fenomeni che ormai si ripetono da anni. I numeri canadesi, sebbene alti, scompaiono di fronte a quelli che si sono verificati in Italia e in Francia nell’estate del 2003, quando morirono decine di migliaia di persone oltre la media.

In Canada, gli ultimi sviluppi dell’emergenza climatica in corso sono stati gli incendi causati da fulmini a ciel sereno, provocati anch’essi dall’estremo calore, che hanno dato fuoco alla vegetazione secchissima. Uno scenario veramente apocalittico.

Seduto nel rifugio, guardando il bosco sbiancato dal sole attraverso le finestre, mi sono chiesto con rassegnazione cosa ci attende.