Quasi tre anni fa, a luglio del 2023, i monti attorno a Palermo furono avvolti dalle fiamme. Uno degli incendi più devastanti scoppiò nella Riserva Naturale di Capo Gallo.
In poche ore bruciò tutto il monte, così come la parte costiera della riserva dal lato di Sferracavallo. Circa 650 ettari di vegetazione mediterranea protetta andarono in fumo. Qualche giorno fa, l’uomo che appiccò quel tremendo rogo è stato condannato a dieci anni di carcere per incendio boschivo e disastro ambientale.
La condanna per disastro ambientale, che è particolarmente notevole, è stata dovuta al fatto che il rogo, come accertato dagli esperti del Centro Anticrimine Natura dei Carabinieri, ha determinato un’alterazione dell’ecosistema irreversibile, o comunque reversibile solo in un ciclo temporale lungo e a condizioni difficili.
L’autunno scorso avevo scritto un articolo sullo stato in cui versa la riserva dal lato di Sferracavallo, che sicuramente conferma questo quadro. Le foto che scattai allora parlano da sole.
Dieci anni di carcere sono sicuramente una sentenza esemplare, quella che da tempo viene chiesta dai cittadini in casi del genere. Un altro aspetto positivo è stato il modo in cui sono state condotte le indagini.
Dopo l’incendio, l’Arma dei Carabinieri ha inviato da Roma degli esperti del Centro Anticrimine Natura e della task force del Nucleo Informativo Antincendio Boschivo del Comando per la Tutela Forestale e dei Parchi. I militari hanno così individuato la cosiddetta “zona d’inizio incendio”.
I carabinieri della Stazione di Partanna Mondello hanno poi analizzato i filmati di alcune telecamere, che mostravano il colpevole uscire di casa in motorino, non lontano dalla riserva, con una bottiglia di liquido infiammabile e recarsi sul luogo del disastro. Intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché diversi testimoni, hanno infine confermato la colpevolezza dell’indagato.
Da questo punto di vista, quello che è successo dopo l’incendio è stato esemplare. Ma anche quello che è successo prima dell’incendio è stato esemplare, solo che lo è stato in negativo.
Il giorno del rogo c’erano forti venti da sud e temperature altissime, una situazione climatica che era stata ampiamente prevista dagli esperti. La Riserva di Capo Gallo è sostanzialmente una striscia di terra con tre soli ingressi (Sferracavallo, Mondello e via Tolomea).
Perché non si è pensato di mettere una macchina delle forze dell’ordine (o della Protezione Civile) a presidiare questi ingressi durante le ore dell’ondata di calore? Una semplice azione di questo tipo avrebbe potuto salvare l’area protetta.
Davvero lo Stato, la Regione e il Comune di Palermo non hanno il personale per garantire questo servizio? O non si tratta piuttosto di mancanza di volontà e organizzazione?
Che senso ha tenere il personale dentro le caserme e gli uffici in attesa di intervenire dopo che scoppia un incendio?
Sono anni che la società civile fa proposte di questo genere (vedi il Manifesto dell’Assemblea Basta Incendi), ma tali proposte sono rimaste largamente inascoltate. In questo vuoto istituzionale, alcuni gruppi di cittadini si sono auto-organizzati per presidiare vari luoghi durante i giorni di allerta rossa.
L’estate è nuovamente alle porte, con il suo carico di eco-ansia che ormai la contraddistingue (almeno per chi ha a cuore la natura). Cambierà qualcosa quest’anno, da parte delle istituzioni?





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