Lunedì in Brasile inizierà la trentesima conferenza delle Nazioni Unite per discutere di come combattere il riscaldamento globale.

Spesso è difficile collegare questi grandi eventi alla nostra vita quotidiana. Non si sa bene dove guardare per rendersi conto di cosa succederà, di cosa vogliono dire i numeri degli scienziati. Da questo punto di vista, un paio di mesi fa mi è capitato di vedere delle immagini che mi hanno fatto riflettere. Su Facebook ho trovato una galleria di foto scattate da Mauro Cassarà sul massiccio del Carbonara, in cui si vedevano molti faggi in sofferenza per la lunga siccità estiva.

Queste foto potrebbero sembrare immagini di faggi in autunno, ma sono state scattate ben prima del periodo in cui le foglie di questi alberi cominciano a cambiare colore. E poi le tonalità non sono quelle autunnali; gli alberi sembrano seccati, bruciati.

In un articolo pubblicato di recente da un gruppo di ricercatori di scienze forestali (Seddaiu e colleghi 2025), ho letto che nella zona di Piano Battaglia sono stati riscontrati tra i faggi casi isolati di grave disseccamento dovuti a eventi climatici estremi come ondate di calore (p. 61).

Vedendo queste foto, mi sono chiesto cosa succederà alle faggete delle montagne siciliane tra cinquant’anni. Quale sarà il risultato di forti stress idrici che si ripetono anno dopo anno, nel contesto di temperature medie sempre più alte?

Qualche settimana fa è uscito un report del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente in cui si calcola di quanto aumenterà la temperatura globale stando ai piani di riduzione delle emissioni degli stati. La conclusione è che siamo diretti verso un aumento di 2,3–2,5 gradi. Le conseguenze di un tale aumento saranno catastrofiche. Il target dell’accordo di Parigi, firmato solo 10 anni fa, era 1,5 gradi.

Penso che forse stiamo dando i faggi per scontati.

(Foto © Mauro Cassarà)