Un paio di settimane fa è stata inaugurata ad Alcara Li Fusi, sui Nebrodi, la prima via ferrata della Sicilia. Per chi non lo sapesse, una via ferrata è un insieme di strutture realizzate su una parete rocciosa (cavi metallici, maniglie, staffe, ecc.) per consentire la salita a chi non sa arrampicare. La via in questione è stata costruita nella zona delle Rocche del Crasto.

Una via ferrata in Lombardia

Il tabellone illustrativo della ferrata di Alcara Li Fusi

I promotori dell’evento hanno parlato di “un momento unico nel mondo delle attività outdoor nella nostra isola” e di “uno dei progetti di valorizzazione territoriale più ambiziosi degli ultimi anni.”

Che si tratti di una cosa unica non si discute, perché non ci sono altre vie ferrate in Sicilia. Anche il progetto è abbastanza ambizioso, almeno nelle intenzioni dei promotori, secondo i quali “una via ferrata non porta beneficio soltanto agli appassionati della montagna. Muove un intero sistema economico.”

Magari non sarà proprio così, però sicuramente il nuovo percorso interesserà a molte persone, perché le esperienze “adrenaliniche” ormai vanno di moda (zipline, altalene giganti, ecc.). Per questo è importante parlarne.

Stando ai promotori, il percorso sulle Rocche del Crasto è stato realizzato “seguendo criteri di minimo impatto ambientale. Ogni elemento installato è stato pensato per inserirsi armonicamente nelle pareti. Nessuna alterazione del paesaggio. Nessuna trasformazione forzata. Solo opere strettamente necessarie. La montagna non viene modificata. Viene semplicemente resa accessibile.”

I concetti espressi in questa descrizione sono tutti relativi. In base a quale metro di paragone l’impatto è stato “minimo”? Come si giudica l’“armonia” dell’installazione? Se è stata costruita una via ferrata, si può davvero dire che non ci sia stata “trasformazione forzata”? Il cavo d’acciaio e i supporti per i piedi non se li è messi la montagna. Chi decide cosa è “strettamente necessario”? Davvero una via ferrata è “strettamente necessaria”? Rendere una montagna “semplicemente accessibile” non ha nulla di semplice, perché se prima una zona non era accessibile, qualcosa d’importante sarà cambiato.

I promotori si sono augurati che da settembre “migliaia di escursionisti [possano] affrontare uno dei percorsi attrezzati più spettacolari del Mezzogiorno.” Migliaia? Come possono questi numeri non cambiare un luogo e l’esperienza che se ne fa?

Il riferimento al mese di settembre è dovuto al fatto che il 31 agosto finisce il periodo di nidificazione del grifone, specie protetta in Sicilia e reintrodotta con diversi progetti, che predilige la zona delle Rocche del Crasto. Sui social, uno dei promotori della via ferrata ha invitato tutti a rispettare questi uccelli e ad anteporre la natura al proprio piacere, facendo il percorso solo fuori dai mesi di nidificazione. Belle parole. Ma chi vigilerà su questo?

Il sindaco di Alcara Li Fusi ha emesso un’ordinanza in cui vieta l’accesso alla via ferrata fino al 31/08/2026 e dispone che a vigilare sia la Polizia Locale. C’è da sperare che questa ordinanza venga emessa ogni anno e, soprattutto, che il comune abbia le forze per farla rispettare. Su quest’ultimo aspetto ho qualche dubbio, visto che richiederebbe una presenza costante dei vigili.

Io presumo che la via ferrata abbia avuto tutte le autorizzazioni del caso – dall’Ente Parco, il cui presidente ha partecipato all’inaugurazione, e dall’Assessorato all’Ambiente, con l’assessora anch’essa presente.

Un momento dell’inaugurazione

Mi chiedo se la valutazione d’impatto ambientale si sia basata sul senso civico del cittadino medio, che è molto sviluppato (ironia) e dovrebbe garantire il rispetto del divieto di accesso. Non dimentichiamoci che anche l’aquila reale spesso nidifica nella zona delle Rocche del Crasto.

Un nido di aquila reale nella zona delle Rocche del Crasto

Sembra assurdo augurarsi che migliaia di escursionisti affrontino il percorso attrezzato ma solo quando queste specie non nidificano. Inoltre, mi risulta che questi uccelli vivano in zone tranquille e isolate, quindi se fuori dal periodo di nidificazione vedranno che l’ambiente è frequentato da umani, se ne andranno altrove a fare il nido. In altre parole, non basta non andare nei mesi di nidificazione.

I promotori parlano di “consentire agli escursionisti di vivere le Rocche del Crasto da protagonisti [con] rispetto assoluto dell’ambiente.” Ma come può esserci rispetto assoluto? Forse questo rispetto c’era prima della costruzione della ferrata. Poi parlano anche di “lasciare che sia la montagna a rimanere protagonista.” Insomma, chi deve essere protagonista, gli escursionisti o la montagna? Dice un vecchio proverbio: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Queste contraddizioni mostrano come un fenomeno che è dato per scontato (“le vie ferrate portano beneficio agli appassionati della montagna”) sia in realtà molto complesso. I promotori hanno battuto sul discorso d’importare il modello delle ferrate alpine in Sicilia, soprattutto nel senso di essere all’avanguardia di un turismo esperienziale e sostenibile: “È il modello ormai consolidato delle principali località alpine, oggi adattato alla realtà dei Nebrodi.”

A dire il vero, al nord non tutti vedono la costruzione di nuove vie ferrate positivamente. Ad esempio, esiste una campagna chiamata “Basta ferraglia” portata avanti dall’associazione Mountain Wilderness, le cui riflessioni sono molto interessanti:

“Molto spesso, le vie ferrate favoriscono processi di antropizzazione, e alcune volte di vero e proprio affollamento, di luoghi particolarmente delicati dal punto di vista ecologico-ambientale. Quale impatto ha sulla fauna selvatica l’aumento esponenziale della frequentazione, favorito dall’infrastrutturazione di aree altrimenti poco frequentate? Quali e quanti studi per misurare l’impatto ambientale vengono realizzati prima di passare dalla progettazione alla realizzazione di nuove ferrate?

L’infrastrutturazione dell’area interessata dalla ferrata ha importanti implicazioni di responsabilità giuridica sulla frequentazione. Chi mantiene le strutture? Chi si occupa di smantellarle una volta che arrivano a scadenza tecnica? Chi decide se e come interdire la frequentazione nel momento in cui le strutture diventassero pericolose? Chi è responsabile in caso di danni materiali a persone o cose?

Equipaggiare la montagna selvaggia con impianti di risalita, strade di quota, vie ferrate e quant’altro equivale ad addomesticare un ambiente geografico che trae il suo significato proprio dal proporsi come non addomesticato e non addomesticabile. L’antropizzazione forzata ed innaturale di questi spazi ne soffoca irrimediabilmente la vocazione. L’installazione sempre più diffusa di queste strutture ha ripercussioni relazionali tra l’uomo e l’ambiente tali da causare una regressione culturale.”

Sicuramente alcuni diranno che queste sono le opinioni di persone a cui non interessano l’arrampicata e l’alpinismo, che quindi non vedono di buon occhio le vie ferrate. Ma non è così; anzi è proprio il contrario. Basta leggere le parole di Michele Comi, guida alpina e maestro di alpinismo:

“Per comprendere l’inutilità delle ferrate non occorre essere rivoluzionari, ma semplicemente essere persone curiose, che sanno conoscere e frequentare con basilare consapevolezza le rupi, avvicinandosi al linguaggio della roccia, per accettare di mettersi in gioco accogliendo l’invito della montagna.

La sintonia tra l’uomo e la parete non può avvenire attraverso il ricorso a cavi e metalli, il cui unico risultato sta nell’allontanare dal contatto reale e sensibile con l’ambiente con cui vogliamo confrontarci. Un artifizio che ci illude d’esser gagliardi, d’assaporare il vuoto, senza troppi pensieri, senza percorsi d’iniziazione che richiedono dedizione, impegno e un po’ di fatica.

Se condividiamo l’idea che l’importanza di un’uscita in montagna risieda nell’esperienza, nelle emozioni che essa attiva, potremmo facilmente rinunciare a questi modesti trofei metallici e ‘adrenalinici’, per dirigere altrove e ritrovare un inesauribile terreno di scoperta, per mettersi a nudo di fronte alla montagna.”

Un’illustrazione di Michele Comi sul turismo adrenalinico

(Questo articolo è stato modificato per aggiungere la parte sull’ordinanza del sindaco di Alcara Li Fusi.)