Domenica, con il Club Alpino Siciliano, saliremo sui Monti Daino e Quacella, in una delle zone più uniche del Parco delle Madonie. Questi rilievi sono abbastanza poco frequentati, più che altro perché il terreno qui presenta alcune difficoltà — salite e dislivelli notevoli, rocce appuntite e pietrisco sdrucciolevole.

Tra i due monti, il Daino è sicuramente quello meno conosciuto, perché costituisce una propaggine orientale delle creste del Quacella.

Questa zona si è conservata molto bene nei decenni dal punto di vista paesaggistico, se escludiamo la strada Petralia-Piano Battaglia e l’Hotel Pomieri. È a tutti gli effetti una zona storica del parco, e non solo dal punto di vista della flora. Qui si è fatta una parte importante della storia del parco come area protetta e come risultato delle lotte cittadine per la salvaguardia della natura.

Mi riferisco a quella che era, una volta, la Riserva Naturale Orientata Monte Quacella. Immagino siano ormai davvero in pochi a ricordarsi di questa fase della storia del parco. Sicuramente, tra le persone della mia generazione (o più giovani) sarà pressoché sconosciuta.

Il Parco delle Madonie fu istituito nel 1989, ma prima di questa data, esistettero per alcuni anni due riserve sulle Alte Madonie, che furono pioniere per la protezione di quelle montagne. Una si chiamava “Faggeta Madonie” e copriva una parte del territorio alto-montano dei comuni di Isnello, Castelbuono e Petralia Sottana. L’altra era appunto la riserva “Monte Quacella”.

Queste aree protette furono istituite nel 1984, pochi anni dopo il varo della legge regionale 98, con cui vennero create le prime aree protette in Sicilia (la legge che risultò dalla Marcia dello Zingaro, per intenderci). Entrambe le riserve madonite avevano lo scopo di proteggere soprattutto le faggete, come si evince dal nome di una di esse, e i paesaggi montani di roccia calcare e dolomia.

Nel 1978, prima della legge 98 del 1981 (e prima della Marcia dello Zingaro del 1980), si tenne un’importante manifestazione popolare nella zona di Piano Cervi proprio per chiedere che le faggete madonite venissero acquisite dal Demanio di Stato e sottratte alla speculazione edilizia (vedi Piano Zucchi). È una storia di cui ho già scritto sul sito del CAS (vedi qui e qui).

Spesso, quando faccio queste ricerche, penso che quello che manca oggi (anche, devo dire, tra le guide ambientali) è una consapevolezza sociale e storica del problema della protezione della natura, che non si può basare solo sulle scienze naturali, le quali corrono il rischio di ridurre l’ambientalismo a una questione di riconoscimento di piante e insetti (soprattutto oggi, con le app di riconoscimento per telefonino).

Questa domenica, quindi, quando cammineremo in mezzo alla faggeta del Monte Quacella e lungo la dorsale “dolomitica” che lo connette al Monte Daino, ricordiamoci che la natura protetta non è solo il teatro delle nostre camminate, ma anche un impegno civile a cui tutti dobbiamo contribuire.

(Foto a colori Sandro Turdo, foto in bianco e nero Carlo Columba)